Cortiula

Giuseppe Botazzi

Fabbri

I Fabbri Mitici

Giuseppe Bottazzi

Dalla penna di Giovannino Guareschi.

Peppone classe1899  nella immaginazione popolare è un fabbro.

Questo fatto sembra che non sia vero. Non mi metto certo io a sminuire la sue capacità, ma lo lascio fare, ovviamente a Don Camillo

Giuseppe Botazzi è passato alla storia come fabbro decoratore per due racconti, (il primo Due mani benedette. Nel libro: Don Camillo e il suo gregge) è il più coinvolgente, poiché a fine lavoro ottiene il giudizio della gente.

L’altro è (La rosa rossa, Nel libro: Ciao Don Camillo).

Don Camillo, nel racconto (Neve. Nel libro: l’anno di Don Camillo) fa presente a Peppone che nonostante ogni tanto lavori sulla forgia, fabbro non è.

Nella colonna di sinistra riporto un sunto del racconto “due mani benedette” e in quella di destra l’invettiva di Don Camillo nel racconto “Neve”.

 

Peppone stava domando una grossa sbarra di ferro che doveva diventare qualche pezzo complicato di un cancello e, ogni tanto, provava il martello sull’incudine e l’incudine cantava. A Peppone piaceva molto battere il ferro. Battere il ferro rende meno che trafficare attorno ai motori: però dà allegria. Mettere a posto un motore di trattrice o d’automobile è come cercare l’errore che impedisce a un’operazione aritmetica di funzionare: l’uomo si mette al servizio della logica inflessibile della macchina ed è una faccenda umiliante. Cavar fuori a martellate qualcosa da una spranga di ferro è imporre la propria volontà alla materia. Metallo è quello di un motore e metallo è quello di un cancello: ma nel primo caso chi comanda è il metallo, nel secondo chi comanda è l’uomo.

Peppone continuava a smartellare come un maledetto sul ferro che ormai era diventato nero, e pensava alla notte del 29 giugno 1945. La moglie del Lolli era morta un paio di mesi dopo: la paura e il dolore 1`avevano fatta diventar matta. Stava sempre nascosta in solaio e non parlava con nessuno, e
non mangiava. La vecchia allora era andata ad abitare a Fiumetto assieme al bambino e nessuno aveva sentito parlare di lei.
Non si era mai trovato il corpo del Lolli e nessuno sapeva niente di lui. Lo Smilzo,
il Brusco e Peppone non avevano mai parlato di quella notte neppure con se stessi.
Qualcuno aveva fatto circolare una voce che la gente prese per vera: il Lolli era
scappato con una ragazza che aveva conosciuto in città, e sua moglie era diventata matta dal dispiacere.

Peppone si addormentò che il cielo incominciava a schiarire e non pensava neppur lontanamente che fra qualche ora la gente, ritrovando la croce, avrebbe detto:
«Chi sa chi l’ha fatta! Deve essere stato un artista grosso di città perché qui anche Peppone, che è Peppone e sa il mestiere suo, non sarebbe capace di fare neppure metà di questi riccioli».
Perché, si capisce, nessuno poteva sapere che il figlio del Lolli aveva girato la ventola della fucina e i suoi occhi non si erano mai staccati un istante dalle mani del fabbro.
E quando un bambino guarda cosl, guarda in quel modo li due mani di fabbro, quelle sono mani benedette.

Quando don Camillo arrivò, ansimando per la corsa, davanti alla casa
sinistrata già il Lungo, la moglie e il figliolo erano stati cavati fuori
miracolosamente incolumi da sotto quella specie di franavalanga.
E già i “tecnici” avevano avuto modo di individuare la causa del crollo: le due travi montanti della capriata non avevano per catena un’altra trave ma un solido tondo di ferro applicato a regola d’arte.
Ed era proprio quella solida asta di ferro che si era spezzata.
Don Camillo chiese ragguagli:
– Che tratta aveva la catena?
¬ Dodici metri.
– E che sezione aveva il tondo di ferro?
– Cinque centimetri.
– Cinque centimetri e si è rotto? Non lo credo neanche se lo vedo.
Don Camillo scosse energicamente il capo e continuò:
~ Non è possibile. Fosse anche venti metri di tratta, un tondo di ferro di cinque centimetri di sezione non può assolutamente rompersi. Neanche se fosse solo di tre centimetri.
– Tutto è possibile quando il Padreterno si mette contro la povera gente per rovínarla! – disse una voce piena d’ira. E si trattava, naturalmente, di Peppone.
– Lei sbaglia, signor sindaco – precisò con voce tranquilla don Camillo.
– Il Padreterno non si mette mai contro la povera gente. Su mille case di poveretti è caduta questa stessa neve e l’unico tetto che si è sfondato è proprio questo. Che è il più nuovo, il più solido e il meno povero.
– Ah! – ridacchiò lo Smilzo. – Abbiamo capito: il reverendo vuoi dire che il Padreterno, sfondando questo tetto, ha voluto dimostrare che chi si mette contro il Vaticano…
– No – lo interruppe don Camillo. – Il Padreterno non l’ha sfondato lui questo tetto. E non ha inteso dimostrare niente. Chi ha sfondato il tetto è stata la neve. Soltanto la neve, che, col suo peso, ha spezzato la catena della capriata.
– E allora, reverendo – gridò Peppone – se il peso della neve ha spezzato il tondo di ferro, come mai voi, poco fa, avete sentenziato che è impossibile spezzare un tondo di cinque centimetri di diametro?
Don Camillo sorrise tranquillo:
– Non cambio certamente idea: è impossibile che il peso della neve spezzi una verga di ferro di cinque centimetri di diametro. Se la verga si spezza significa che era già spezzata.

– A proposito, signor sindaco – disse ad alta voce – per quanto riguarda la neve, vorrei darle un suggerimento, se permette.
Peppone si staccò dal gruppo e si appresso sospettoso a don Camillo.
– Nella verga di ferro – gli disse sottovoce don Camillo – c’era un difetto: la saldatura eseguita da un fabbro presuntuoso e balordo per unire un pezzo di tondo di otto metri a un pezzo di quattro metri e farne una catena di dodici metri. Un fabbro balordo che non sa bollire il ferro perché non è fabbro, ma meccanico. Un fabbro malcreato che ha avuto la fortuna di trovarsi davanti non un prete maligno ma un prete pieno di carità cristiana. E così non ha fatto, poco fa, davanti alla gente, la figuraccia schifosa che meritava.
– Io… – tentò di protestare Peppone. Ma don Camillo lo interruppe:
– Tu, come fabbro, sei un asino e non sai bollire il ferro! Cosa ti dicevo,due anni fa, quando tu stavi appiccicando i due pezzi di quella catena?
Peppone strinse i denti: